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  • Luigi Papaiz - Serrature, mecenatismo e l'esempio di Don Bosco

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    Luigi Papaiz, industriale, mecenate, ma soprattutto un uomo che ha "inventato" un pezzo di sviluppo del Brasile 


    "Chi ha lanciato il primo ferro da stiro a vapore in Italia alla fine degli anni Quaranta quando questo nella penisola era quasi fantascienza? Chi è stato il primo italiano residente all’estero nominato cavaliere del lavoro dal Presidente della Repubblica (1992)? Chi ha brevettato per la prima volta nel mondo nel 1996 un gruppo maniglia-serratura dotato di un rivoluzionario cilindro "tetra" a prova del più abile degli scassinatori? Questo personaggio è Luigi Papaiz, friulano "Doc", classe 1924, industriale leader in Brasile e in America Latina nel settore dei lucchetti e delle serrature". Così comincia il capitolo dedicato a Papaiz del libro edito da Scheiwiller nel 1996 sugli imprenditori italiani nel mondo di ieri e di oggi, e a quattro anni di distanza è una presentazione tuttora valida.
    Luigi Papaiz è ormai pensionato, non sta più dietro alla sua impresa come ai vecchi tempi, ma nel frattempo ha aumentato l’attività di beneficenza e mecenatismo che ne fanno un benemerito della comunità italiana in Brasile e dell’Italia nel mondo. Due esempi: l’imprenditore friulano ha finanziato la costruzione della nuova sede della scuola ‘Eugenio Montale’, la scuola italiana di San Paolo, uno splendido edificio dalle linee modernissime come le costruzioni delle sue fabbriche, e ha donato allo Stato italiano (!!) la somma necessaria per l’acquisto al Circolo Italiano di San Paolo della collezione completa dei quadri di Giulio Aristide Sartorio sulla battaglia del Piave, che l’istituzione non era in grado di conservare degnamente. Al di là degli esempi, si può dire che da decenni, non c’è grande iniziativa a favore dell’Italia o degli italiani in Brasile che Papaiz non aiuti con munificenza, dalla stampa locale alle grandi mostre, dal Comites alla creazione di una ‘Piazza Italia’ a San Paolo.
    Papaiz è nato il 29 settembre 1924 a Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone. "Sin da piccolo ho convissuto con l’espatrio e l’emigrazione — spiega oggi l’imprenditore friulano — Sentivo sempre parlare degli Stati Uniti d’America e del Canada, mio padre, i miei zii ed i miei fratelli andarono prima in California, dal 1912 al 1922, poi papà si trasferì dal 1926 al 1930 in Canada dove in seguito chiamò i miei fratelli maggiori. Insomma, il rapporto con l’emigrazione era una costante in famiglia". A segnare però per la vita il ragazzo fu il corso di tecnico industriale nel collegio Don Bosco dei padri Salesiani a Bologna: ancora oggi, l’anziano imprenditore cita con amore la figura e l’insegnamento di Don Giovanni Bosco, che considera un esempio costante. "Lì si è formato il mio carattere, lì ho imparato a prendere sul serio la vita, lì mi hanno insegnato a pensare in grande", asserisce.
    Subito dopo la guerra e fino al 1952, il giovane Luigi partecipa a Bologna ad alcune società prima di macchine per la lavorazione del legno, poi quando i fratelli gli prestano del capitale per mettersi in proprio, per fabbricare valvole di pressione per gas liquido e prodotti inediti, come il primo ferro elettrico a vapore italiano. Ma presto si fa vivo anche per lui l’appello,e in parte la necessità, dell’espatrio in cerca di sorte migliore. Al contrario del resto della famiglia, scarta il Nord America, perché è indipendente e intraprendente: "Se uno voleva lavorare negli Usa poteva tutt’al più trasformarsi in un dipendente o in un’operaio, mettere su una fabbrichetta là era irrealizzabile. Ecco perché scelsi il Sudamerica: ci ritenevamo più avanzati. Eravamo convinti che il Brasile potesse diventare uno dei grandi mercati mondiali".
    Quando sbarca nel porto di Santos, nel maggio del 1952, il Brasile sta passando dalla monocultura del caffè ad un’economia in via di sviluppo. Le opportunità non mancano, ma è tutto diverso dall’Italia: i ferri a vapore non servono e le valvole non hanno mercato. Bisogna cominciare daccapo. L’incontro con due italiani che avevano lavorato in una fabbrica di lucchetti segna di nuovo il destino di Papaiz: nasce quello che diventerà il maggior produttore di lucchetti dell’America Latina. L’inizio non è facile, ma quando Papaiz decide di puntare anche sulle serrature per mobili, archivi e scrivanie, e ottiene un contratto con il maggior produttore locale, la Securit, anch’essa in mano a emigrati italiani, l’impresa decolla. Dai ventuno operai della metà degli anni Cinquanta si arriva ai mille attuali, dagli 80 metri quadrati del primo impianto si arriva a mille dopo due anni, a 8.000 nel 1970 e ai 70.000 attuali.
    Oggi la fabbrica alla periferia di San Paolo lavora con macchinari modernissimi tutti acquistati in Italia, e la fabbrica di lucchetti e serrature è diventata una holding con sei imprese che vanno dalla fonderia dei metalli agli infissi alle lamiere per il settore automobilistico, e filiali negli Usa, in Canada, in Argentina e in Asia. La fabbrica è considerata un modello in Brasile, i servizi sociali per i dipendenti sono di primissimo ordine, ma per Papaiz non era abbastanza: "Ci tengo a sottolineare sempre — ama ripetere — che non ho avuto pace fino a quando non ho potuto costruire accanto alla fabbrica una cappella in onore di Don Bosco". La cappella, un progetto avveniristico poggiato sull’acqua, è stata inaugurata nel 1988, centenario della morte del santo: paiz era felice come quando aprì la prima "fabbrichetta".  

    Roberto Cattani-Central de Informações Brasil-Itália/News ITALIA PRESS

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