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  • Francesco Pietrobelli - La strada nel deserto

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    Nel 1901 venne fondata dal veneto Francesco Pietrobelli la città di Comodoro Rivadavia


    Le luci della ribalta, per Comodoro Rivadavia, si accesero nel 1907. In quell'anno, nelle vicinanze della città argentina della Patagonia, si scoprì il petrolio e l'economia nazionale girò lo sguardo verso quel suo remoto angolo dell'estremo Sud. Oggi questa città di frontiera ha perso gran parte del suo fascino di inizio Novecento e tra le sue case, molte delle quali prefabbricate, soltanto il famigerato vento della Patagonia opera indisturbato come novanta anni fa. Ma se questo lembo di terra non vive nessuna particolare emozione dai tempi della rapina di Butch Cassidy e Sundance Kid (che appena arrivati dal Nordamerica, pensarono bene di proseguire la loro attività ai danni delle banche argentine e boliviane), nulla toglie a Comodoro Rivadavia il fascino tutto italiano della sua nascita, avvenuta a fine Ottocento per opera di un intraprendente veronese giunto in Patagonia sull'onda di una vita ricchissima di avventure.
    Si chiamava Francesco Pietrobelli l'uomo che arrivò sulle sponde dell'Oceano Atlantico nel 1901 e che costruì il primo capannone battezzandolo con il nome di Comodoro Rivadavia. In quel lontano 23 febbraio il veronese decise di costruire una città e di farne uno scalo obbligatorio per le navi provenienti da Buenos Aires e da Colonia iniziando una nuova vita lontano dalle esplorazioni spericolate che lo avevano portato fin lì. Quella della vita avventurosa era infatti una vera e propria vocazione per Francesco Pietrobelli.
    Nato nel 1858 nella città scaligera, egli ebbe la fortuna di frequentare il ginnasio e riuscì a specializzarsi nel rilevamento topografico e nel tracciato delle strade, mestiere che si sarebbe rivelato assai utile nell'evoluzione vitale del ragazzo. Dotato di dinamismo e di insaziabile curiosità, Pietrobelli emigrò in Germania e poi negli Stati Uniti ma nella terra yankee rimase giusto il tempo di riorganizzare una nuova partenza, questa volta con destinazione Argentina. Assunto da una società inglese che stava costruendo una ferrovia in Patagonia per collegare le città di Puerto Madryn, Trelew e Gaiman, il veronese si stabilì nell'estremo Sud argentino per tre anni avviando, contemporaneamente al lavoro principale, anche una redditizia attività commericale.
    La pace dei sensi durò fino al 1894, quando Pietrobelli fondò "El Fenix", una società operante nelle esplorazione delle zone andine della Patagonia ma il suo sogno durò ben poco. A corto di qualsivoglia finanziamento da parte del governo centrale, il veneto dovette rinunciare ai suoi propositi e rivedere i propri piani. Ma Pietrobelli non abbandonò i suoi progetti e continuò imperterrito a battere il territorio andino. Divenuto ottimo organizzatore logistico, l'italiano si sentì pronto per affrontare l'esplorazione del deserto della Patagonia centrale e le sue avventure rischiose divennero oggetto del libro "Exploraciòn y colonizaciòn de la Patagonia central". Con l'aiuto di coloni gallesi, appena giunti nella zona di Rio Chobut, l'italiano scoprì una ubertosa vallata che fu registrata nella topografia argentina con il nome di "Canadon Pietrobelli".
    Sua fu anche la strada disegnata per l'attraversamento del deserto e il collegamento dei laghi Muster e Colhue Haupi con Bahia Camarones. Lungo questa strada di 360 chilometri Pietrobelli fondò Colonia Ideal (oggi chiamata Colonia Sarmiento) che nel giro di pochi anni divenne una cittadina di seimila abitanti, in gran parte provenienti dal Galles.
    In quella città di frontiera però tutto era lontano, e occorrevano quasi 300 chilometri per arrivare al porto più vicino. Una distanza che non permetteva di avere frutta, ortaggi, e altri generi di prima necessità in tempi rapidi e che esponeva la cittadinanza a un isolamento feroce. Il problema fu risolto ancora una volta dall'intraprendenza dell'italiano, ormai padrone della geologia e geografia e di cinque lingue. Pietrobelli allestì una spedizione esplorativa al centro del deserto per trovare la via più breve verso la costa atlantica. Egli disegnò la sua strada di 160 chilometri e partì con pochi uomini, tredici cavalli e una carretta piena di viveri e attrezzi alla volta dell'ignoto. Abbandonati temporaneamente i propri compagni, l'avventuroso scaligero ebbe modo anche di perdersi nel deserto e di vagare per due giorni sotto il sole ardente seguendo soltanto il proprio istinto e le coordinate stellari, prima di ricongiungersi al gruppo. Arrivati finalmente sulla costa, gli esploratori decisero di battezzare il golfo con il nome di Rada Tilly e di iniziare la costruzione di un primo insediamento, quello che sarebbe divenuto appunto Comodoro Rivadavia.
    Ritornato a Buenos Aires, l'italiano si trasformò in abile politico e ottenne, per la sua neonata cittadina, aiuto e collaborazione dal governo centrale. Divenuta scalo obbligatorio per le navi, la città di Rivadavia soffrì per anni di carenze idriche e si affidò ancora una volta al vulcanico Pietrobelli per trovare la soluzione. Trasferitosi con la famiglia nella sua città il veneto aveva abbandonato la vita avventurosa ma non aveva mandato in soffitta il suo ingegno e decise di applicare la sua intraprendenza alla risoluzione della siccità congenita del suo agglomerato urbano. Ottenuta da Buenos Aires una macchina perforatrice, Pietrobelli iniziò le trivellazioni ma non ottenne risultati. Pochi mesi dopo però la stessa macchina fece sgorgare in superficie un liquido nerastro. Era petrolio e l'anno era il 1907, l'anno d'oro della città argentina.
    Seguirono da allora tempi eccezionali per la piccola città della Patagonia. Non per Francesco Pietrobelli che sulla scoperta del petrolio non guadagnò nulla e che nel 1918, ormai stanco di vivere in una città commerciale, decise di rientrare in Italia con tutta la famiglia. Non era ricco l'uomo che tornò a Verona e dopo pochi mesi l'uomo che aveva attraversato il deserto fu colpito da una paralisi devastante che lo costrinse a letto fino al 1926, anno della sua morte.
    Sconosciuto in patria, Pietrobelli ottenne il giusto riconoscimento nel 1971. Nella celebrazione dei settanta anni della fondazione di Comodoro Rivadavia, il sindaco Bernal sancì la grandezza dell'italiano: "La fondazione di questa città non si deve a un evento fortuito. Fu voluta. E il merito esclusivo è di Francisco Pietrobelli, il veneto che cercò nel golfo di San Giorgio il luogo più propizio, per dare uno sbocco sul mare alla colonia di Sarmiento."
    Di lui non restano tracce in Italia. In Argentina, la comunità italiana gli ha dedicato il monumento nella Avenida Rivadavia, riconoscendone la grande statura ana e professionale.

    Generoso D'Agnese/NewsItaliaPRESS

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