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  • Speciale voto italiani all'estero 2008

  • Partendo da una riflessione di Globus et Locus, Adriano Farano da Parigi, Renzo Moro da Melbourne, Massimo Pettoello-Mantovani da New York, Horacio Guillen da Buenos Aires, si confrontano sulle implicazioni del voto degli italiani all’estero


    Intervista

    a cura di Maria Margherita Peracchino

    Se da una parte il contributo, all’interno del Parlamento italiano, di intelligenze e competenze apportatrici di culture diverse rappresenta un arricchimento nel contesto della “nuova governance cosmopolita” del mondo glocale, dall’altra, tali rappresentanze, sono potenziali fonti di ‘conflitti’, o almeno criticità potenzialmente conflittuali. Cosa ne pensate?

    Adriano Farano - La politica è l’arte di risolvere i problemi. Se oggi tutti i problemi rilevanti, le sfide delle società aperte, scavalcano le frontiere degli Stati nazionali, vuol dire che i meccanismi decisionali e di rappresentanza si debbono adeguare. Dal mio punto di vista non ci sono né se né ma.

    Renzo Moro - Certamente l’estensione all’elezione di rappresentanti italiani residenti all’estero ha portato dentro al Parlamento una nuova linfa con culture diverse ed anche mentalità diverse e ciò rappresenta un arricchimento per il Parlamento stesso. Purtroppo la nuova linfa degli eletti residenti all’estero viene acquisita dai partiti maggiori operanti nel contesto parlamentare italiano ed, una volta eletti, questi rappresentanti si trovano a fronteggiare le aspettative della maggioranza dei loro colleghi eletti in Italia con le proprie aspettative che -seguendo i suggerimenti dei primi elettori all’estero- magari non collimano con la maggioranza del partito stesso. Da qui ne segue il disappunto degli eletti nel vedere frustrate le loro aspettative e, naturalmente, il malcontento dei loro elettori all’estero che non riescono a capire la ragione per cui i loro eletti non mantengono le promesse fatte durante la campagna elettorale. Promesse che, d’altra parte, non possono imporre alla maggioranza degli eletti in Italia.

    Horacio Guillen - Il conflitto ci può essere, nel momento in cui un soggetto è cittadino di due paesi certo. Ma il voto, e parlamentari provenienti da Paesi esteri che entrano nel Parlamento italiano rappresentano una risorsa, non un conflitto. Non vedo l’ipotesi di questa conflittualità in questo momento.  La comunità italiana all’estero ha una conoscenza a volte maggiore degli italiani in Italia della realtà italiana. I nostri giornali riportano tutte le vicende italiane. E la gente che va e che andrà al Parlamento si suppone che abbia queste conoscenze.

    mondo

    Il voto italiano all’estero è stato, anche in queste settimane, oggetto di critiche e dibattito. Per capirci il ‘voto come’ è stato al centro di dibattiti e qualche volta ‘messo sotto accusa’. Come stabilire dei percorsi di rappresentanza politica delle diaspore fuori dai confini nazionali che siano praticabili e in sintonia con questi nostri tempi?

    Adriano Farano - Per quanto possa contare oggi un Parlamento nazionale (molto poco rispetto a 30-40 anni fa), la rappresentanza delle diaspore è da incoraggiare.

    Massimo Pettoello-Mantovani - La problematica di offrire una adeguata e corretta rappresentanza per gli italiani all’estero nella patria di origine ha una storia ormai di decenni. Secondo il mio parere il problema sta proprio nella giusta interpretazione dei due termini: adeguata e corretta. Nel senso che per anni a coloro che possedevano la cittadinanza italiana, indipendentemente dalla loro storia o situazione contingente, e che si trovassero all’estero per periodi di tempo più o meno breve, era negato il diritto di voto, a meno che non rientrassero in patria per l’occasione specifica del voto. Ciò differentemente da quel che accade ed accadeva per altre nazioni, come ad esempio gli USA, destinazione peraltro storica dell’emigrazione italiana. Cioè si verificava il paradosso che coloro che possedevano la doppia cittadinanza (USA-Italiana) ‘potevano’ votare per le elezioni USA in quanto cittadini degli Stati Uniti se residenti all’estero, ma non viceversa. Dunque, avrebbe dovuto essere studiato innanzi tutto un criterio di adeguatezza per la rappresentanza degli interessi e/o problematiche di questi cittadini in Italia, al fine di stabilire i criteri in base ai quali i cittadini Italiani residenti all’estero potessero esercitare il diritto di voto. Cioè stabilire una selezione critica che potesse consentire al meglio di poter distinguere tra le varie situazioni e consentire, per l’appunto, di garantire una corretto diritto alla rappresentanza, non basato semplicemente su generici parametri che appaiono ora francamente basati su una indiscriminata concessione di un diritto così importante (una volta si sarebbe detto sacro) come quello del voto politico. In sostanza, sembra ora  che la fretta di aver voluto fare acquisire agli italiani residenti all’estero un diritto da lunghi anni negato (solo perché vi era un momento politico favorevole) ha in realtà dato luogo ad una non ragionata ed indiscriminata concessione di tale diritto creando però delle forti incongruenze e delle disparità proprio all’interno della comunità stessa degli Italiani all’estero. Credo si sia fatta confusione tra una giusta interpretazione del concetto di diritto alla rappresentanza, poiché lo si è fuso sic et simpliciter con il diritto al voto. Invece una più approfondita analisi delle tipologie e delle realtà delle diaspore fuori dei confini nazionali avrebbe forse consentito di individuare e garantire dei più corretti percorsi di rappresentanza politica proprio in un contesto di mobilità e sostanziale a-territorialità politica tipico della globalizzazione che stiamo vivendo.

    Renzo Moro - E’ evidente che il legislatore italiano nell’estendere il voto ai residenti all’estero è andato oltre alla prassi normale delle legislazioni di molti altri Paesi. Infatti, mentre nella normalità dei casi di molti altri Paesi, l’elettore estero vota per i candidati del proprio seggio dell’ultima sua residenza, nella situazione italiana l’elettore vota per candidati residenti all’estero e quindi considerati al di fuori del sistema italiano. Ma questo piccolo gruppo, una volta eletto, può, in casi estremi, portare degli importanti spostamenti tra la maggioranza e la minoranza del Parlamento. Ciò naturalmente fa mettere sotto accusa il voto degli italiani all’estero che, con un numero di elettori piuttosto modesto, qualche volta, possono anche influenzare i risultati in Parlamento.

    Horacio Guillen - Può essere che ci sia gente che non ha un quadro della situazione. C’è gente che non vota perché non sa chi votare. Il problema è che i giovani che non partecipano sono tanti, ma si tratta di un problema che si verifica anche nei confronti della politica del paese nel quale vivono. Sia chiaro che sono pochissimi gli oriundi che votano, sul totale degli aventi diritto, per tanto è esagerato affermare che gli oriundi ‘eleggono’ parlamentari alle Camere italiane.

    Il governo nazionale è basato su un confine fisso ed un territorio definito, come può essere  collegato all’ idea di estendere la rappresentanza politica alla popolazione che vive al di là di quel territorio?

    Adriano Farano - A problemi globali, soluzioni globali. Poi però va fatto un discorso molto più ambizioso sull’informazione. Oggi le distanze, con internet, possono essere sensibilmente ridotte. E la proiezione al di là delle sue frontiere, della potenza di un attore statuale, è tanto importante quanto l’esercizio della stessa nell’ambito nazionale. Forse è anche più eccitante.

    Massimo Pettoello-Mantovani - Direi che proprio il concetto di globalizzazione del mercato della formazione e del lavoro che dovrebbe governare le strategie politiche di una Nazione, è alla base della necessità di approfondimento dei criteri in base ai quali dovrebbe essere stabilita la rappresentatività di coloro che si trovano all’estero, per varie ragioni e per periodi più o meno estesi della loro vita. La necessità di distinguere tra le situazioni è alla base del dibattito su tale tema e delle critiche che il voto agli Italiani all’estero ha generato. E’ sembrato infatti che siano state rese delle ingiustizie tra fasce di cittadini che pur trovandosi all’estero mantenevano con la madre patria un rapporto più completo di altri nel rispetto per esempio di certi doveri da assolvere proprio come cittadini. Mi riferisco come esempio paradigmatico al dovere implicito per il cittadino di essere contribuente nei confronti del fisco statale.  Cioè il punto non è quello di negare una rappresentanza ad alcuni rispetto ad altri, ma di definire meglio corretti livelli di rappresentanza, non necessariamente identici per tutti, pur nel rispetto di una garanzia di rappresentatività delle singole problematiche e delle categorie di cittadini per i quali venga stabilito che abbiamo dritto ad usufruire di tale rappresentatività.

    Renzo Moro - E’ difficile concepire l’elezione dei rappresentanti che sono al di fuori dei confini di Stato. E’ un concetto invece accettato quello di far votare i propri cittadini residenti all’estero per l’elezione dei rappresentanti residenti in Italia. In quest’ultimo caso il voto degli italiani residenti all’estero difficilmente potrebbe influenzare i risultati in Parlamento come invece allo stato attuale delle cose.

    Horacio Guillen – Vorrei affrontare la Sua domanda da una specifica angolatura che mi compete. La territorialità è anche un problema di ‘cittadinanza’ di cuore. Gli oriundi hanno qualche volta difficoltà capire quanto accade in Italia. Si parla spesso della lingua. E’ vero che non si parla tutti i  giorni in italiano. Anche noi italo-argentini, che ci rapportiamo quotidianamente con l’Italia parliamo tra di noi in spagnolo. Il punto sta nel come sono stati relazionati i figli, per tanto gli oriundi, con la comunità. La mia famiglia è arrivata qui nel 1894, e soltanto la famiglia materna è italiana. Mia nonna con tutti i nipoti ha sempre parlato in italiano. Ho dovuto fare una causa per farmi riconoscere cittadino italiano perché sono nato prima del ‘48. Queste cose non favoriscono il rapporto con l’Italia. Dobbiamo riflettere sul fatto che la gente un giorno arriverà ad essere cittadina di un Paese sempre più ‘lontano’ in termini di generazioni, per tanto perché possa essere un collegamento che resiste dovrà essere sempre più ‘vicino’ in termini culturali, … di ‘cuore’. I miei nipoti sapranno di avere origini italiane. Bisognerà chiedersi poi se questo sia utile all’Italia, se l’Italia lo desidera e se gli italiani sono consapevoli che esistiamo. Adesso ci sono tanti cittadini con plurima cittadinanza. E’ una situazione temporanea, non sarà per sempre così.

    Il problema che si sta ponendo in queste settimane, in particolare lo pongono gli italici del Nord America (Canada in testa), è che le seconde generazioni, nate in un Paese che non è l’Italia, e che hanno anche però la cittadinanza italiana, e che quindi divengono elettori italiani e soggetti potenzialmente eleggibili nelle circoscrizioni estere al Parlamento italiano, hanno un dovere di lealtà verso il Paese di cui sono figli. Come essere leali verso lo stato ospite e contestualmente votare o essere eletti e di fatto essere leali verso l’Italia?

    Adriano Farano - Oggi l’identità è mutante. Non vedo contraddizioni nell’appartenere a più gruppi, contesti locali, nazioni. La parola nazione deriva dal verbo nascere: la mia nazione è quindi l’Italia o la Campania? Le cose si complicano quando si pensa che il luogo di nascita, negli anni Duemila, spesso non è l’unico elemento di un’identità individuale.

    Massimo Pettoello-Mantovani - Le rispondo proprio in qualità di italico con doppia cittadinanza USA-Italia. La sua domanda è estremamente delicata dal punto di vista legale oltre che etico. Comprendo assolutamente il giusto (a parer mio) imbarazzo dei genitori di cittadini USA (ma anche Italiani) di seconda e terza generazione che vedono i propri figli e i nipoti coinvolti in una votazione per il Parlamento di una Nazione diversa e potenzialmente avversa. Le spiego perché. Per gli USA infatti non è ammissibile che figli di cittadini USA che non siano nati e mai vissuti sul territorio USA, acquisiscano ed in generale abbiano diritto alla cittadinanza USA. Punto. Ecco spiegato l’evidente imbarazzo etico da parte degli italici del Nord America, come anche io sono. Ad ogni modo, riguardo al tema specifico, a livello ufficiale tale problema per gli USA non sussiste, nel senso che non è ufficialmente ammissibile la doppia cittadinanza, mentre l’Italia la ammette. Mi spiego meglio, per gli USA l’unica cosa che conta è se un tale individuo sia cittadino USA, il che lo obbliga ad esempio a prendere le armi e a dare la propria vita per gli Stati Uniti se il Presidente ed il Congresso lo ordinano. Quel che ho appena riferito, non è un paradosso, ma la realtà più semplice e pura del caso. Gli USA non hanno interesse alcuno a sapere se egli sia o meno cittadino di un altro stato, in tal senso potrebbe essere cittadino anche di altri 100 stati. Ciò che conta è il suo status di cittadino nell’ambito di situazioni ufficiali. Le faccio due semplici esempi. Al momento del servizio di leva obbligatorio Italiano (quando esso esisteva) il giovane con doppia cittadinanza che avesse svolto il servizio di leva in Italia avrebbe automaticamente perso la sua cittadinanza USA, in quanto avrebbe imbracciato un arma che potenzialmente avrebbe potuto essere comandato di rivolgere verso gli USA. Ciò è ancora valido per coloro che con doppia cittadinanza avessero intenzione di svolgere servizio militare volontario in e per Italia. Il secondo esempio  si riferisce alla semplice presentazione del passaporto italiano in entrata o uscita dal territorio USA per chi è doppio cittadino. Ciò è considerato una offesa gravissima ed un oltraggio nei confronti degli USA, che comporta l’immediata perdita della cittadinanza USA.  Senza appello. In Italia io posso entrare senza problemi mostrando indifferentemente il mio passaporto USA. La legge lo ammette.

    Ecco il motivo per il quale la sua domanda è estremamente delicata dal punto di vista legale, in quanto accettare ufficialmente la rappresentanza parlamentare in uno stato straniero (e dunque potenzialmente nemico), come ad esempio l’Italia, rappresenta un evidente elemento formale, che potrebbe comportare la perdita automatica della cittadinanza USA per coloro i quali si ponessero in tale status. In pratica, se il problema venisse sollevato da qualcuno a livello dell’ufficio immigrazione USA, potrebbe creare serissimi problemi ad eventuali neoparlamentari con doppia cittadinanza.

    Renzo Moro - Essere elettori di più Paesi in quanto si ha diritto alla doppia cittadinanza (qualche volta anche tre) è un concetto quasi completamente accettato in molti Paesi, specie quelli con grosse immigrazioni come l’Australia. In questo caso non si potrebbe parlare di lealtà verso l’uno o l’altro Paese. A mio modo di vedere la lealtà, senza dubbi, è riposta con lo Stato in cui si vive. Lì è dove ci sono diritti e doveri che bisogna far valere. Per quanto riguarda altre cittadinanze di solito c’è un interesse affettivo verso il Paese di provenienza, in molti casi ci sono piccoli interessi economici e così via. Il voto che si esprime e si concede al Paese in cui non si vive non cambia e non sminuisce la lealtà verso il Paese ospitante. Comprendo che ci possano essere dei dubbi nel caso di quelle persone che residenti in un Paese straniero decidano di candidarsi per essere eletti (in questo caso) al Parlamento italiano. Capisco che qualche Paese possa domandarsi fin dove arriva la lealtà del proprio cittadino suo residente. In questo contesto ritengo che questo Stato non abbia sollevato grandi obiezioni, per quanto mi risulta che a suo tempo erano state poste delle riserve.

    Horacio Guillen – Se si è cittadini di due paesi, forse è corretto porsi problemi di vincoli e lealtà. Gino Germani, studioso, filosofo discendente di italiani, disse che l’Argentina è il più riuscito esperimento di integrazione. Mi pare vero, e proprio per questa integrazione forse da noi il problema è meno gravoso culturalmente, come se da anni lo avessimo già superato. L’Argentina ha preso italiani, dice Germani, e li ha trasformati in argentini in una sola generazione. Non credo che ci sia un problema grave di lealtà.

    E’ vero, come è stato ripetuto da alcuni anche in queste settimane, che il voto passivo imbarazza le seconde e terze generazioni?

    Massimo Pettoello-Mantovani - Per chi si pone o ha la sensibilità di porsi il problema etico, ciò è sicuramente frutto di imbarazzo. Tuttavia non so quanto esteso possa essere in realtà tale fenomeno.

    Renzo Moro - Da mie esperienze locali non mi sembra che ci sia un imbarazzo delle seconde e terze generazioni. Piuttosto direi che ci possa essere poco interesse nell’esprimere il voto o ancor più attenzione ai risultati delle elezioni.

    Horacio Guillen – Secondo me no. C’è senso di partecipazione,  curiosità, e interesse. Se sono interessati non sono imbarazzati. E se non sono interessati, non lo sono non per la scarsa italianità, ma per la scarsa consapevolezza della politica, stesso atteggiamento che hanno verso la politica argentina, ma imbarazzati no.

    Il processo di glocalizzazione in atto ridisegna i problemi della rappresentanza in un duplice senso: territoriale, in quanto fa convivere su uno stesso territorio una pluralità crescente di identità, appartenenze, rappresentanze; funzionale, in quanto fa emergere e valorizza forme di rappresentanza non per territori, ma per funzioni trasversali ai territori. Quale la Sua riflessione in proposito?

    Adriano Farano - Sono d’accordo. Il problema è che, al di là dell’Unione Europea, si fa davvero pochissimo per una governance mondiale democratica: anziché concentrarsi solo sull’economia i movimenti e le Ong dovrebbero guardare anche alla questione politica. Ma siamo pronti per un governo mondiale alla Kant?

    Massimo Pettoello-Mantovani - Penso che il fenomeno della glocalizzazione sia un vero valore aggiunto se interpretato e praticato correttamente. Cioè esso potrà costituire un valore culturale aggiunto, se gli attori saranno in grado di riconoscere l’altissimo valore che costituisce il superamento dei confini territoriali ed il raggiungimento della consapevolezza che vi siano valori derivati da funzioni trasversali ai singoli territori. In tale senso va collocata anche la problematica della rappresentanza, che potrebbe trarre grande valenza positiva proprio dalla acquisizione dalla piena consapevolezza di questa nuova realtà costituita dalla glocalizzazione. Credo che uno degli sforzi maggiori da compiere nel futuro prossimo sia proprio quello di promuovere ulteriormente e nelle forme più efficaci il concetto di glocalizzazione, facendolo divenire patrimonio culturale delle generazioni di italici in patria e fuori patria. Naturalmente rimane fermo e vivo il ragionamento di come concepire e strutturare correttamente una adeguata ma anche equa rappresentanza, che sia non lesiva degli interessi e dei diritti delle diverse tipologie di italici.  

    Renzo Moro - Certamente i nuovi rappresentanti eletti al Parlamento italiano (nelle prime elezioni del 2006 per la ripartizione Africa Asia Oceania Antartide ambedue gli eletti risiedevano a Melbourne, città in cui vivo), ridisegnano i problemi della rappresentanza che travalica i confini dello Stato. Ritengo che sia ancora troppo presto per definire nuove forme di rappresentanza trasversali ai territori

    Il voto (per corrispondenza sulla Circoscrizione Estero) degli italiani all’estero, ha contribuito a rendere meno “nazionale” e più globale e glocale la politica italiana?

    Adriano Farano - Assolutamente. Se ne parla, come in occasione del dibattito del 4 aprile a Parigi .Noi in questo dibattito parliamo di “italiani dell'eurogeneration”. Ci viene chiesto chi sono questi italiani e se sono l’avanguardia dei cittadini del mondo glocal. Di sicuro sono persone che si rimboccano le maniche e che non abitano dalla mamma a trent’anni. Persone che concepiscono la dimensione europea come la propria dimensione privilegiata di azione economica o di studio. Speriamo che eventi come le elezioni nazionali e soprattutto europee permettano di europeizzare anche la loro dimensione di cittadini. Per questo cafebabel.com sta preparando un nuovo sito di informazione e dibattito per le Europee del 2009.

    Massimo Pettoello-Mantovani - Il voto per corrispondenza è una realtà praticata dalla stragrande maggioranza delle nazioni occidentali. Dunque direi che questo aspetto non dovrebbe costituire più di tanto oggetto di compiacimento da parte nostra. Tale pratica dimostra solo che finalmente ci siamo adeguati, per tale aspetto amministrativo, alla maggioranza degli altri paesi a cosiddetta democrazia avanzata. Anzi, direi che  ad insistere più di tanto su questo punto si corre il rischio di enfatizzare proprio come fino a poco tempo fa su questo punto l’Italia vivesse una situazione di arretratezza o comunque ottusità amministrativa alquanto inspiegabile. 

    Renzo Moro - Ho i miei dubbi che finora il voto all’estero abbia contribuito a rendere meno ‘nazionale’ la politica italiana. Purtroppo, come detto, i nuovi eletti hanno portato una nuova linfa ma ho la sensazione che, una volta in Parlamento, si sono trovati ‘ingolfati’ nel sistema del proprio partito di appartenenza ed il partito stesso ne abbia utilizzato ampiamente il voto senza concedere molto alle aspettative degli eletti.

    Horacio Guillen – Non sono d’accordo con questo voto. La modalità, ovvero che avvenga via posta, lo corrompe, e corrompe le istituzioni. Denunce, brogli… una pessima immagine. Si dovrebbe votare nei Consolati. Questo è un aspetto da riformare assolutamente. Non credo che il voto abbia avuto un’influenza grande. Ha avuto un’influenza globale, quello sì. Ha contribuito a rendere internazionale la politica italiana, dal punto di vista formale. Ma non troppo, perché i particolarismi partitici rimangono.

    Le migrazioni di massa e la globalizzazione, hanno visto un grande movimento di persone che hanno due o più cittadinanze. Come la gente mantiene diritti politici in questo tipo di situazioni e di nuovo ‘stato’.

    Massimo Pettoello-Mantovani - E’ una domanda veramente complessa, che implicherebbe una risposta molto articolata. Se mi consente vorrei risponderle più brevemente utilizzando un paradosso che si riferisce alla storia degli Stati Uniti ed alla sua guerra di indipendenza. Uno dei cardini della lotta di indipendenza contro la tirannia e che ha visto il suo culmine negli episodi di ribellione a Boston intorno al 1770, è stato il motto “no taxation without representation”. Ebbene, è ovviamente valido anche il suo reciproco, come ha bene evidenziato il primo ministro Inglese John Major in un celeberrimo discorso davanti all’assemblea delle nazioni Unite: “ no one should enjoy representaion without taxation”. In pratica, molti in Italia ed all’interno della stessa comunità degli italiani all’estero (quelli che pagano anche le tasse in Italia) si domandano se sia giusto che il cittadino Italiano all’Estero che non sia contribuente in Italia, benefici dello stesso diritto di voto per il parlamento di Roma, del cittadino italiano all’estero che invece pagando le tasse, dimostra di contribuire in qualche ragione alla crescita ed al sostenimento del paese di origine. Questo è solo uno degli spunti di riflessione e di disagio che lei ha citato riguardo al problema del voto per gli italiani all’estero. E comunque non vuol dire che una adeguata riflessione non possa condurre ad una riorganizzazione del concetto così come delle modalità di rappresentanza per gli italiani all’estero secondo più equi criteri.

    Renzo Moro -  Non ritengo che la migrazione di massa e la globalizzazione abbiano cambiato molto la situazione sul mantenimento di diritti politici e quelli acquisibili con il nuovo ‘stato’. Per quel che mi risulta, molti immigrati (in particolare rifugiati e simili) pongono nel dimenticatoio i diritti politici relativi alla propria origine e cercano di acquisire in pieno quelli offertigli dal nuovo ‘stato’. In altre situazioni l’immigrato acquisisce i ‘nuovi’ diritti politici ma mantiene anche la cittadinanza di provenienza senza però farne una bandiera in quanto cerca di integrarsi appieno nel nuovo Paese di residenza.

    Come viene vissuto nel Paese –diremmo il locale estero- il fatto che un cittadino italiano o di origine italiana con doppia cittadinanza possa essere eletto nel Parlamento italiano?

    Massimo Pettoello-Mantovani – Come dicevo, questo è un problema che potrebbe sollevare seri problemi legali per il cittadino USA eventualmente eletto in un parlamento straniero (e dunque potenzialmente ostile), come nel caso di queste elezioni italiane di Aprile. Ciò in senso generale. Se poi lei mi chiede quale sia il reale impatto di questa problematica nell’ambito dell’opinione pubblica USA, la mia risposta è: una frazione che si approssima allo zero. In realtà questo tipo di problematiche non raggiungono minimamente l’opinione pubblica americana, ed anche l’interesse e la consapevolezza presso la comunità degli italo-americani sono molto bassi. In pratica è un problema che non interessa in generale, nel senso che è comunque percepito come privo di impatto a livello internazionale.

    Renzo Moro -  Mi risulta che il Governo Federale Australiano non ne fosse entusiasta ma ha accettato e concesso il sistema di votazioni ed elezioni di rappresentanti locali al Parlamento italiano. I media nazionali riportano brevemente i risultati senza grossi commenti.

    Horacio Guillen – Come detto per noi questo non è un problema.

    E il fatto che si faccia campagna elettorale italiana sul suolo estero?

    Adriano Farano - E’ un elemento molto interessante da un punto di vista sociologico. Lo abbiamo visto anche con la campagna per le politiche spagnole. Anne Hidalgo, delfina del sindaco socialista di Parigi, Bertrand Delanoë, è spagnola. Una nostra inchiesta sull’argomento ha mostrato come oggi i partiti siano capaci di vere e proprie alleanze transnazionali per le campagne elettorali.  Il prossimo passo avanti? La creazione di partiti politici transnazionali in Europa. Per il momento al Parlamento Europeo ci sono gruppi parlamentari, non veri e propri partiti.

    Massimo Pettoello-Mantovani – Ripeto, a livello di opinione pubblica ben pochi sanno di queste elezioni e comunque l’interesse per una elezione politica italiana è praticamente nullo. Nell’ambito della comunità italo-americana la campagna elettorale è un fatto di pochi circoli e comunque vissuta come un fatto folcloristico dai giovani. Solo i più anziani, cioè coloro che sono nati in Italia e hanno esercitato in passato il loro diritto di voto in Italia, hanno un sufficiente livello di consapevolezza che gli consente di valutare seriamente l’evento nel quale sono coinvolti. Mi rendo conto di essere ‘crudo’, ma, a parte poche, selettive eccezioni questa è l’immagine reale di come la comunità degli italici vive le elezioni italiane. Ma questo ci porterebbe ad allargare il discorso a come più in generale è vissuto il rapporto con l’Italia intesa nel senso della entità territoriale di origine nella comunità degli italiani all’estero trapiantati permanenti. Diverso, radicalmente diverso è il discorso ed i sentimenti della comunità dei nuovi italici che si trovano all’estero (per esempio in USA) incidentalmente, solo perché la loro professionalità ed il mercato del lavoro globale li ha condotti al di fuori dei confini territoriali della nazione di origine (architetti, ingegneri, avvocati, medici, ricercatori, dirigenti di industrie o aziende, funzionari e dirigenti di banche, ecc). Questa è una comunità completamente diversa dal tradizionale trapiantato che ha dato luogo a seconde e terze generazioni di italici all’estero. Ecco perché insisto sulla necessità di differenziare le categorie di italici ed avviare una riflessione sulle caratteristiche della rappresentanza.

    Renzo Moro -  La campagna elettorale è limitata alla stampa e radio di lingua italiana ed a riunioni pubbliche nei locali di clubs italiani.

    Quali connotati assume la campagna elettorale italiana nel locale?

    Adriano Farano - Purtroppo la qualità dell’informazione è scarsissima. I (timidi) sforzi di ringiovanimento dei candidati sono ignorati e i riflettori restano puntati sulla sola figura di Berlusconi. Va anche detto che i media italiani non fanno granché per alzare il livello del dibattito politico. Che vola basso.

    Massimo Pettoello-Mantovani – Molto semplice, l’unica percezione è qualche trafiletto su qualche quotidiano. In sostanza la percezione della campagna elettorale italiana nell’opinione pubblica americana è nulla.

    Renzo Moro -  La campagna di solito si svolge in toni molto blandi e la maggioranza dell’opinione pubblica australiana non ne è consapevole.

    Horacio Guillen – C’è una concomitanza di connotati nella campagna elettorale per il voto italiano all’estero qui in Sud America.  La campagna nei paesi dell’America Latina ha tematiche comuni: cittadinanza, formazione dei giovani, riacquisto cittadinanza per i naturalizzati, la salute, il riconoscimento dei titoli di studio. Forse si chiede un pò troppo all’Italia. Nella nostra comunità facciamo questo: diciamo che abbiamo bisogno di idee e non di denaro.

    Gli italiani che votano, a Suo avviso, sono opportunamente informati, non solo delle modalità di voto, ma anche della sostanza politico-partitica per cui votano?

    Adriano Farano - Debbo dire che vedo un interesse attorno crescente rispetto alle precedenti tornate elettorali ma il voto all’estero resta, purtroppo, ampiamente sconosciuto.

    Massimo Pettoello-Mantovani – I canali di informazione sono molto scarsi. Ecco dunque che automaticamente la risposta alla sua domanda diventa a mio parere quasi ovvia, e cioè che gli italiani che votano in USA non sono opportunamente informati. A meno che, come si diceva, non facciano parte di quella categoria di italiani nati in Italia, che si trova in USA più o meno transitoriamente a motivo della loro alta professionalità e di un mercato del lavoro che li ha condotti in tale nazione. Questa comunità di italiani utilizza media italiani, ed è in contatto spesso quotidiano con l’Italia e con la realtà Europea in genere. In pratica essi sono sostanzialmente bene informati e comunque desiderano esserlo.

    Renzo Moro -  Gli italiani che votano ricevono dettagliate informazioni sulle modalità del voto mentre la sostanza politico-partitica, di solito, si basa su un singolo foglio pubblicitario con pochissime informazioni e distribuito dal partito o gruppo politico che ha promosso il candidato.

    NewsItaliaPress, 4 aprile 08 - Voto all'estero in "salsa glocal", ancora lontano dall'essere italico

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